giovedì 5 agosto 2010

Un saluto dalle vacanze

Il nostro blog è in vacanza fino a inizio settembre. Lo avrete capito dall'interruzione del ritmo dei nostri aggiornamenti (di solito un nuovo intervento ogni sabato o domenica).
Non che ci manchino le idee, ma per qualche settimana non ci sembra sbagliato interrompere anche il nostro discreto flusso di parole. Certo, quest'anno l'agosto sembra ricco di argomenti di interesse comune, argomenti importanti. Mai visti, ad esempio, tanti deputati in aula dopo il 30 luglio. Ma anche qui, a ben guardare, tutto si semplifica, no? E' a tutti ormai evidente, io credo: la politica italiana, nel bene e nel male, è Berlusconi, solo Berlusconi. Ne è definitivamente convinto anche lui. E quando sarà stanco e si ritirerà, ci troveremo con una classe politica, a destra e a sinistra, tutta priva di idee e di credibilità: gli uni perché per anni e anni avranno fatto pensare e decidere solo il "capo", gli altri perché, a quanto sembra, avranno solo pensato, per anni, a farlo fuori. E non vale solo per i deputati e i senatori. Vale anche per i cittadini...

Ma ecco: ci sono cascato. Avevo detto che era bene tacere, per un mese almeno. E riflettere. Magari per giungere a giudizi più pacati. O per ricominciare a fare progetti costruttivi. E invece, appena mi ci sono messo ecco il fiume nero dello scontento che esce fuori.

Perciò silenzio. E auguri di buone ferie, per chi ne può godere. Io, approfittando del tempo libero, giocherò con i miei bambini, leggerò qualche buon libro e ascolterò molto jazz. E voi?

venerdì 16 luglio 2010

Cos'ha in testa Kathryn Bigelow?

Ho visto The hurt locker, il film di Kathryn Bigelow che al principio di marzo ha vinto sei Oscar, compresi quelli per la migliore pellicola, per la migliore regia e per la migliore sceneggiatura originale. E dire che quando è uscito nelle sale è passato praticamente inosservato. Snobbato dal pubblico, ha incassato pochissimo, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Un flop clamorosamente smentito dalla pioggia di premi ricevuti sulle due sponde dell’Atlantico. Chi è del mestiere, insomma, ne ha riconosciuto il valore artistico e spettacolare. Perché abbia lasciato indifferenti gli spettatori è un mistero. La mia ipotesi è che l’Iraq al cinema non interessi nessuno. Non ancora, per lo meno, a guerra ancora in corso e ragioni e torti da capire fino in fondo.

Il film narra la storia di una squadra di artificieri dell’esercito Usa, alle prese ogni giorno con i pericolosissimi ordigni che, nascosti ai lati delle strade e pronti ad esplodere, mettono a rischio la vita di civili e soldati. La macchina da presa segue i protagonisti con lo stile nervoso e adrenalinico che è marchio di fabbrica della Bigelow dai tempi di Point Break, vale a dire da circa vent’anni. E si sofferma soprattutto sul volto, il corpo, le azioni e le emozioni di Will James, sergente e caposquadra, l’uomo che indossa la corazza e concretamente mette le mani nelle bombe, con il compito di disinnescarle. James si muove con baldanza e sicurezza. Sa che basterebbe toccare o troncare il filo sbagliato per saltare in aria. Ma a lui quel lavoro piace e lo fa senza pensarci su due volte, senza mai tirarsi indietro. Tanto che spesso baldanza e sicurezza sembrano arrogante sfida alla morte. Un andarsela a cercare, un rischiare oltre misura e oltre il bisogno per farla finita e dare un taglio a tutto. Con una fine da vero eroe.

La chiusa del film è spiazzante. Dopo averla scampata, al termine di un interminabile anno di servizio, James torna a casa. Dove lo attendono una bella moglie, una meravigliosa figlia e una vita normale. Così normale che il sergente fa dietrofront. Salta su un aereo militare e torna a Baghdad. Le ultime inquadrature lo seguono mentre percorre una strada deserta, protetto dalla sua corazza, andando incontro a una bomba. E al suo destino, qualunque esso sia. Dissolvenza in nero e luci in sala.

Il film è bello. A me è piaciuto molto. In certi passaggi, la Bigelow mi è persino sembrata capace di andare oltre la storia e i personaggi contingenti per afferrare l’essenza di tutto e raccontarci cosa è davvero la guerra. Come sanno fare solo i grandi registi. Come sapeva fare Kubrick: vedi Orizzonti di gloria e Full metal jacket. Tuttavia, ecco la sorpresa. Parte della critica - soprattutto europea - ha condannato la regista, accusando la sua pellicola di cripto fascismo e di incoraggiare gli uomini a combattere e risolvere i loro problemi con la violenza. Fa fede, dicono, quel protagonista che insensatamente rinuncia a una dignitosa vita borghese per tornare ad assaporare il pericolo. Quasi che la guerra fosse una droga, una dolce droga. Insomma, la Bigelow non dà giudizi trancianti, non emette condanne inappellabili, non dice apertamente che la guerra è una merda. Anzi, mantiene una bella dose di ambiguità. E questo a tanti non è piaciuto.

Trovo tale parere irritante. La Bigelow ci dice tutto quello che serve. Che la guerra è malattia, furore, incoscienza, dabbenaggine, stupidità, caso. E non ha bisogno di aggiungere altro per dimostrare che è male. Pretendere da un autore affermazioni più esplicite significa fare dell’ideologia e offendere lo spettatore, giudicato incapace di distinguere da solo, così stupido da doverlo imbottire di verità in pillole. Certo, il protagonista è un guascone indisponente. Ma un guascone disperato, non superomista. E rientra sul campo di battaglia. La guerra l’ha catturato, si è impossessata della sua mente. Ma non vuol dire che la guerra è bella. Forse vuol dire che la vita “normale” è brutta, piatta, monotona, a suo modo più pericolosa per l’animo dell’uomo del teatro dei combattimenti. Questo è il messaggio nascosto della Bigelow. Non è cripto fascismo. È un’amara riflessione sulla nostra incapacità di stare al mondo. E sulla desolazione di questo stesso mondo.

domenica 11 luglio 2010

La vera novità politica

Si va in vacanza, o comunque si pensa, e fa molto caldo: non si ha molta voglia di dedicarsi alle cose serie. Così il mio pensiero all'attuale situazione politica è necessariamente molto breve. Non posso fare a meno di dire che la rabbia di Berlusconi, che in questi giorni se la prende molto con i tanti che non gli permettono di governare, debba farci riflettere. Tutti, di destra, di sinistra o di centro.
E l'argomento della riflessione secondo me è questo: la politica non è solo vincere le elezioni. La politica è anche avere un'idea dei problemi del Paese, poi avere un progetto su come affrontarli.

Ma anche queste cose non bastano. Cosa ci vuole ancora? Bisogna anche... amare la politica, cioè bisogna amare l'antica e difficile arte di cercare di coinvolgere il maggior numero di soggetti che contano nel tuo progetto, tenendo conto degli interessi, dei timori, della mancanza di cultura del cambiamento delle persone che cui ti rivolgi.
Avere la capacità di convincere la gente a votarti è molto utile, anzi: indispensabile. Ma governare è ciò che comincia il giorno dopo che hai vinto le elezioni.

Per governare bisogna volere il bene degli altri: solo questo può darti la forza di dedicarti a un compito in cui a lunghi ed estenuanti sforzi corrispondono spesso piccoli, anche se preziosi risultati. Chi si fa eleggere strombazzando che farà miracoli non vuole bene alla gente. Magari crede di amarla, ma comincia proprio là dove ogni amore si nega: non vuole fare davvero i conti con colui che ama, con i suoi limiti. Il politico vero sa combattere, all'occorrenza, anche grandi battaglie ideali, oppure sa guidare il suo popolo durante una guerra. Ma quando non ci troviamo in situazioni così estreme (e per fortuna, no?) non è il caso di inventarsele: meglio ammettere che ci troviamo nel tempo della mediazione, del dialogo, della ricerca del bene possibile.

La vera novità politica sarebbe uno, o più politici, che mostrino di volere bene alla loro gente e trovino così il modo di parlare la lingua della gente. Per provare a fare il meglio possibile giorno per giorno. Non i miracoli, che poi sono solo annunci assordanti (e una onnipresente campagna elettorale).

venerdì 25 giugno 2010

Un'importante traduzione all'estero


Quella che vedete qua sopra è la copertina di El violinista de Praga, edizione spagnola di Il violinista di Praga, nostro romanzo del 2007. Le questioni di diritti esteri vanno spesso per le lunghe ma alla fine questa traduzione è arrivata. A pubblicare è Grijalbo, importante etichetta del gruppo Random House, e il volume è brossurato e di bel formato: insomma, fa la sua figura. Poiché Grijalbo è molto ben distribuito, dovremmo registrare buone vendite. Sarebbe un ottimo biglietto da visita per il mercato di lingua spagnola, che attraversa l’Atlantico e arriva alla Terra del Fuoco. Certo Mozart non ha mai pensato che un giorno sarebbe stato accusato di diversi ed efferati omicidi. E tanto meno ha immaginato che questo sarebbe accaduto nelle pagine di un romanzo. Il nostro. Praga e il 1787, le ambientazioni del libro, approdano adesso alla Madrid del giorno d’oggi. È un incontro foriero di buone promesse. Anche perché tra due mesi esatti esce il nostro nuovo romanzo. A firma di Luca Castellitto, si intitolerà Io ti aspetto e racconterà la vicenda di una bambina di Chernobyl che dal disastro della centrale nucleare sovietica ha tratto, faticosamente ma con successo, i motivi per ricominciare a sperare. Come si dice, anche dal male viene il bene. Nel caso di Natasha, la nostra protagonista, è stato davvero così. Il libro sarà diffuso in libreria, centri commerciali e Autogrill.

domenica 20 giugno 2010

Auguri agli sposi

Mentre siamo annoiati dalla politica che non c'è e dai soliti scandali, mi è capitato un bel momento: sabato scorso si è sposata una cugina di mia moglie.
Tutto qui? Beh, conviveva da più di dieci anni con un simpatico giovanotto e insieme hanno tre bellissimi bambini, tutti presenti all'altare vicino ai genitori: attenti a scrutare i loro volti e pronti a catturare il senso di ogni parola pronunciata.

I due si sono sposati in chiesa, con un giovane e attento prete ad assisterli, un coro di amiche con tre chitarre e le voci bianche di tutti gli altri bambini della grande famiglia allargata, nonne e zie commosse, candele e qualche fiore.
Si sono sposati, e a vederli erano lo specchio della felicità, o almeno della speranza.

Succede. Succede sempre più spesso. Niente che inverta le statistiche, cioè la quantità dei dilaganti naufragi amorosi, ma solo qualcosa che si segnala per la sua qualità. Se vi capita di sentire di una coppia che si prepara al matrimonio religioso frequentando il corso previsto presso una parrocchia, scoprirete che oggi una buona metà di coloro che chiedono il matrimonio religioso ci arrivano dopo qualche anno di convivenza. E' come se, una volta che questa sia andata abbastanza bene (evidentemente) ci fosse in queste coppie l'idea che senza sposarsi, e "sul serio", in chiesa, appunto, manchi qualcosa.

La questione va approfondita, ne sono convinto. Comunque ai miei simpatici parenti conviventi forse prima mancava qualcosa. Visti sabato sera, che salutavano gli ultimi parenti che se ne andavano dalla festa, sembrava non mancasse più niente.
Ho scritto loro un biglietto: "Grazie per la gioia che vi regalate... e per la fiduciosa speranza in cui volete coinvolgerci".

Auguri a tutti, proprio a tutti gli sposi (che, si sa, ne hanno bisogno). E auguri anche ai conviventi. Ne hanno bisogno anche loro.

sabato 12 giugno 2010

Law & Order UK: un esperimento malriuscito

Come tutti gli appassionati sanno, la Nbc ha cancellato poche settimane fa dai suoi palinsesti Law & Order, giunto alla ventesima stagione e serie più longeva della televisione americana. Ogni nuova puntata del poliziesco raccoglie ancora molti milioni di spettatori, ma gli ascolti non toccano più i vertici degli anni passati e gli introiti pubblicitari non bastano a soddisfare le esigenze dei capi del network.

Curiosamente, proprio mentre la serie madre chiude i battenti, lasciandosi alle spalle diversi spin-off di grande valore, prende vita la sua costola britannica. È infatti partito Law & Order UK, dove “UK” sta per United Kingdom: appunto, il Regno Unito. Viste alcune puntate, promuovo scelta degli attori, recitazione e intreccio. È già tanto, soprattutto se pensiamo agli esiti penosi che danno in questi ambiti le fiction nostrane. Ma devo aggiungere che l’esperimento mi sembra nel complesso malriuscito. Per tre motivi particolari.

- Primo elemento di debolezza: l’ambientazione. Il nostro immaginario, segnato da innumerevoli film e telefilm, è abituato a pensare a New York come alla culla della modernità e dei suoi vizi. New York è il set perfetto del poliziesco, con i grattacieli e gli slums, i finanzieri in doppiopetto e i latinos carichi di droga, gli incroci di razze, culture e destini, i taxi gialli e le auto targate NYPD che mettono la sirena e sfrecciano nel traffico. Londra non ha niente di tutto questo e se ce l’ha non è presente alla nostra fantasia. Forse, se si doveva fare un Law & Order UK, lo si doveva ambientare nella Londra vittoriana. Quella è la Londra con la quale siamo cresciuti e più di tutte elevata nell’opera narrativa a livello di mito. Questa di oggi non ha l’appeal necessario a un’operazione di genere.

- Secondo elemento di debolezza: il già visto. A ricreare Law & Order in salsa locale ci hanno già provato i francesi. Ora arrivano gli inglesi. Ma è davvero necessario tentare? I britannici sostengono che per loro è più semplice: sul Tamigi il sistema giudiziario è fondato sulla common law, esattamente come sull’Hudson, e anche compiti e prerogative di magistratura inquirente e giudicante si somigliano. Ma il punto è proprio questo. A guardare Law & Order UK si ha l’impressione di vedere all’opera i diligenti discepoli di un maestro ineguagliabile. Senza dire della prevedibilità del tutto, a partire dai dettagli di base. La squadra che si muove davanti alla macchina da presa è composta da un poliziotto anziano, cinico ed efficiente, un poliziotto giovane e belloccio, un ispettore donna, un procuratore aggressivo e sicuro di sé, un viceprocuratore di colore e ancora donna. La somiglianza con McCoy e i suoi colleghi non sembra puramente causale…

- Terzo e più importante elemento di debolezza: la mancanza di ritmo. A rendere secondo me la serie poco riuscita è più di ogni altro questo fattore. Le storie hanno begli intrecci, ma nella narrazione è assente la giusta tensione. Troppe pause, troppi accenni da commedia, troppa incertezza nelle svolte. È come se il regista dicesse al pubblico: «Sto girando Law & Order, ma vorrei tanto essere sul set di Poirot. Anzi, ve la svelo tutta. Il mio vero sogno è La signora in giallo. Aiutatemi a cambiare serie!». Naturalmente, con un andazzo di questo tipo, è impossibile per lo spettatore restare attaccato al televisore. Meglio cercare altrove qualcosa di più avvincente.

Morale: a ognuno le sue storie, a ognuno le sue serie televisive.
Meglio fare male qualcosa di originale che fare benino qualcosa di copiato.
E sono sicuro che Dick Wolf la pensa alla stessa maniera.

lunedì 31 maggio 2010

Succede in seconda elementare/2

Dunque, se si chiede ai bambini della seconda elementare di disegnare un quezùl la loro attenzione raggiunge il massimo.
"Cos'é?", domandano interessati.
"Come?" rispondo mostrando sorpresa, "Non lo sapete?".
Silenzio.
"Mai visto un quezùl?".
Scuotono il capo. Ma nessuno protesta. Nessuno dice: "Ma cosa vuoi? Il quezùl non esiste! Non prenderci in giro!".
Cominciano piuttosto i tentativi per capire.

"E' un orso!", dice un bambino.
E io: "Se era un orso avrei detto orso. Invece ho detto: disegnate un quezùl".
"Ma tu l'hai visto?".
Racconto allora un fatto vero. Una notte, in India, me ne stavo appena fuori da una capanna, ai margini della foresta, con un amico che mi ospitava. Prendevamo il fresco dopo una lunga giornata afosa. Improvvisamente, qualcosa si mosse nella boscaglia. "Cosa sarà?", domandai io. E il mio amico: "Mah, tigri, così a nord, è raro...".
E naturalmente ci rifugiammo subito nella capanna, chiudendoci dentro ben bene. Allora sbirciai fuori, attraverso una fessura... e nella semioscurità vidi qualcosa, di grande e lento. Era un quezùl. Non lo vidi bene bene, era buio.

A questo punto, il desiderio dei bambini di "vedere" il quezùl è tale, che esigono di saperne di più. Io prendo gli elefanti che loro hanno disegnato poco prima e dico: "L'elefante conosce il quezùl, facciamoci raccontare da lui com'è".
Sfoglio gli elefanti - ne ho a disposizione almeno venti - e ne trovo sempre (per mia fortuna) almeno due con le orecchie ritte, la proboscide dritta e gli occhi spalancati. Allora mostro ai bambini proprio quegli elefanti e dico: "Il giorno in cui l'elefante ha visto per la prima volta un quezùl ha fatto questa faccia e si è stupito proprio così!".
I bambini entrano subito nella storia. Dallo stupore dell'elefante ricaviamo che il quezùl è un animale "strano", "grande", "impressionante", "diverso"... Perciò ciascuno scrive sul suo foglio bianco questi aggettivi.

Poi pesco un elefante arrabbiato (io stesso ne ho disegnato uno mentre loro disegnavano i loro, ma spesso ne trovo uno arrabbiato anche tra quelli che mi hanno consegnato). Mostro l'elefante o gli elefanti arrabbiati e domando: "Cosa può aver fatto il quezùl per far arrabbiare l'elefante che si è appena alzato e se ne va tranquillo per la foresta?".
Così scopriamo che il quezùl fa gli scherzi, di notte. Per esempio scava delle grandi buche. Oppure abbatte gli alberi. Oppure mangia tutto il cibo, o lo mette tutto nella sua tana. Quindi mangia le stesse cose che mangia l'elefante: foglie, frutta, noccioline...
E scriviamo sul foglio bianco tutte queste cose.

Infine (terzo giorno), pesco qualcuno tra i molti elefanti sorridenti, tranquilli e felici che loro hanno disegnato: elefanti che si spruzzano l'acqua in testa, che mangiano, che riposano beati.
Dico: "Il terzo giorno, anche se c'è ancora il quezùl, l'elefante si sente così".
Ne ricaviamo che il quezùl ha fatto la pace con l'elefante e ora gioca con lui. Perciò, per esempio, gli piace l'acqua, tira i gavettoni, fa i tuffi-bomba e nuota.
E scriviamo sul foglio bianco anche queste ed altre cose.

A questo punto dico: "Bene, con tutte le cose che abbiamo scoperto e scritto, ora potere disegnare un bel quezùl".

Cosa succede?
Almeno metà dei bambini e bambine comincia a disegnare il quezùl e spesso lo fa con grande convinzione.
"E com'é?", direte voi. Non posso descrivervelo: dovete andare alle scuole dove sono stato e farvelo mostrare. Posso solo dirvi che è un animale mutante: ogni bambino che lo disegna disegna il suo quezùl.

E chi non lo disegna? Chi si lamenta e dice: "Come faccio?".
Beh, per questi c'è un aiuto. Spiego loro che è possibile disegnare un quezùl che c'è, ma è anche possibile disegnare un quezùl che c'è ma non si vede. A questo scopo domando loro di farmi il verso del quezùl. Lo fanno in tanti, ovviamente tanti suoni diversi, e io riporto alla lavagna le proposte più interessanti: huoaaaarrrr! Hié-hié-hié! Hiiiiiiiiip! Tiruit! ecc.
"Allora", dico, "si può disegnare una foresta, di notte, e da dietro i cespugli e gli alberi si leva uno di questi versi, o anche tutti. E voi avete disegnato il quezùl che c'è ma non si vede".

Con questo aiuto, anche i meno dotati di fantasia, anche quelli che sono già preda della paura di sbagliare, disegnano il loro quezùl.
Alla fine raccogliamo tutti i quezùl, li uniamo agli elefanti, diamo un titolo alla storia (proposte e poi votazione... la difficile scoperta della democrazia) e con cartoncino, nastro di stoffa e tanta colla rileghiamo un bel libro. Sulla copertina scriviamo: "Classe 2a A - L'ELEFANTE E IL MISTERIOSO QUEZUL - Scuola tal dei tali".

C'è speranza, se questo succede in seconda elementare