Giovedì 20 maggio si sono tenuti a Roma i funerali di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, i due soldati italiani morti tre giorni prima in Afghanistan. La messa è stata celebrata da monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare. L’ordinario militare, per dirla in parole semplici, è un vescovo che fa da cappellano a tutti i soldati d’Italia.
Il prelato ha annunciato, come è d’uso: «Massimiliano e Luigi non sono morti invano […] Hanno vissuto per gli altri e sono morti per gli altri: sono morti come hanno vissuto, offrendo la loro giovane vita per gli altri». E ha aggiunto: «Ignorare il pericolo terrorista non allontana la minaccia, ma la porta dritta al cuore delle nostre città. Le condizioni di insicurezza delle altre nazioni, se non contenute e sradicate, possono ostacolare il progresso della famiglia umana. La rinuncia a pensare il mondo al di là del proprio interesse immediato, la sfiducia nell’azione umanitaria, la diffidenza verso ogni universalismo, tutto questo è la tomba dell’umanità».
Neanche il più scafato dei nostri governanti - italiano, francese, inglese, tedesco o americano - avrebbe potuto rivestire di parole più alate la realtà, che si chiama guerra. E nessuno avrebbe avuto il coraggio di manifestare altrettanta faccia tosta. Il vescovo ha detto che la guerra è «azione umanitaria». Che imbracciare armi a migliaia di chilometri da casa è «pensare il mondo al di là del proprio interesse immediato» e segno di «universalismo». E naturalmente che le continue azioni di rastrellamento e bonifica del territorio afghano dalla presenza talebana, con imprecisato numero di vittime, servono a evitare che gli stessi talebani possano «ostacolare il progresso della famiglia umana». Ma poiché niente si può davvero occultare, ecco l’esplicita ammissione: «Ignorare il pericolo terrorista non allontana la minaccia, ma la porta dritta al cuore delle nostre città». In altre parole: facciamo la guerra perché è giusto così. Difendiamo la nostra civiltà. E al diavolo tutto il resto.
Se a parlare in tale modo fosse stato un politico o un diplomatico, mi sarei adattato.
Ma trovo insopportabile che a pronunciare certe frasi sia un prete.
Non c’è alcuna possibilità che l’uomo estirpi la guerra dal proprio cuore se i primi a propagandarla sono coloro che dovrebbero indicarci la strada della verità.
P.S.: sembra incredibile a dirlo e a sentirlo, ma è vero. Pelvi non è solo vescovo, anzi arcivescovo. È anche generale di corpo d’armata dell’esercito italiano. Stupendo…
sabato 22 maggio 2010
domenica 16 maggio 2010
Succede in seconda elementare
Il mondo sembra andare male, ma in seconda elementare succedono cose interessanti.
Da sei anni a questa parte sono vicino alla scuola come genitore: mio figlio è in prima media e mia figlia in seconda elementare. Ho scoperto, per esempio, che fare i compiti con loro è certamente un impegno gravoso, ma anche un'ottima occasione per passare del tempo insieme affrontando delle difficoltà. E dico grazie alla scuola anche per questo, soprattutto dopo che ho visto crescere progressivamente mio figlio grande in autonomia proprio perché io e mia moglie non abbiamo avuto troppa fretta che se la cavasse da solo (un tema al quale vale la pena di dedicare prima o poi un intervento) .
Quest'anno c'è stata per me un'occasione in più per avvicinarmi a questa parte della vita dei miei figli: all'associazione genitori è venuta l'idea di invitarmi a tenere degli incontri con i bambini sul tema della lettura, dell'inventare storie e del costruire il libro, questo magico oggetto.
Così mi sono offerto volontario (la scuola, si sa, soldi non ne ha proprio) e sto tenendo una serie di sei mattinate in altrettante seconde elementari. Il tema dell'incontro è: "In questa classe non c'è un elefante".
Entro in classe con una grossa valigia e comincio a tirar fuori oggetti comuni e oggetti curiosi: un tamburo indiano, una sveglia a forma di pallone, una conchiglia, un modellino della torre di Pisa, un paio di occhiali da sole, una bottiglia vuota, una calcolatrice, una pipa e così via. Di ciascun oggetto mi faccio dire il nome. E' il gioco del "cos'è?".
Poi, disposti gli oggetti sulla cattedra, comincio a fare domande su come sono fatti (colore, materiali, forme...). E' il gioco del "com'è?". Qui succede che scoprano che ci sono oggetti che non sono di plastica (non sono molti, ma qualcuno c'é: il modellino della torre di Pisa è in pietra, ma solo soppesandolo se ne accorgono...).
Poi giochiamo a "c'è, non c'è". Mi guardo intorno, nella classe, e comincio a dire, per esempio: "In questa classe c'è una maestra", e loro devono dire "sì", oppure "no". A un certo punto dico: "In questa classe c'è il numero 118". Normalmente alla parete sono appese tabelle che raggiungono il numero 100. I bambini, di conseguenza, dicono che il 118 non c'è. Allora io li invito a pensarci bene e a qualcuno di loro viene in mente che il 118 potrebbe essere in un libro. Allora guardano e scoprono che l'uno o l'altro dei loro libri di testo ha la pagina 118 (a questo punto spesso cercano anche in un libro della piccola biblioteca di classe).
Bene. E' il momento dell'elefante.
Quando dico "In questa classe non c'è un elefante", quasi sempre si trova un elefante disegnato o fotografato in un alfabetiere, in un calendario, in una ricerca sugli animali... o ancora una volta dentro a un libro.
Allora me li indicano. Io raccomando che li scovino tutti e, dopo un buon quarto d'ora di ricerche, mi consegnano tutti gli elefanti presenti in classe (una volta una bambina si è accorta di averne uno attaccato alla cartella, un pupazzetto, ovviamente).
Raccolti gli elefanti, li metto tutti fuori, in corridoio, perché, dico, ho sempre paura che se ci sono elefanti in classe noi non ci possiamo stare. E per essere sicuro che non ce ne siano proprio più, mi frugo nelle tasche... e tiro fuori un elefante di plastica che fino a quel momento era rimasto nascosto ("ma dove si vanno a cacciare, questi elefanti!").
Ma quando finalmente abbiamo tolto tutti gli elefanti dalla classe, ecco che io torno a dire, con grande sicurezza: "In questa classe... ci sono elefanti".
Loro dicono (tutti) di no. Sono proprio sicuri.
Allora io consegno a ciascuno un bel foglio bianco. Quando ce l'hanno tutti, dico: ora prendete la matita e disegnate un elefante.
Lo fanno tutti. Bello o brutto, piccolo o grande. Ma tutti disegnano indubbiamente un elefante.
Perché c'è sempre un elefante. Appena lo nomino, o scrivo il suo nome alla lavagna, l'elefante è lì.
Infatti in classe non c'è un solo elefante, ma ce n'è uno per ogni bambino, più la maestra, più io.
Finito il disegno, ritiro tutti i fogli e ho così una bella raccolta di elefanti (alcuni giocano con l'acqua, alcuni sono colorati, alcuni sono accompagnati da un piccolo elefante e così via).
Con una sola frase, spiego che l'elefante è nella nostra mente. Lì c'è anche almeno una tigre, un cavallo, una balena, una scimmia, un coccodrillo, un gatto, un cane...
Ma che succede se a questo punto, con la stessa naturalezza con la quale ho prima chiesto di disegnare un elefante, distribuisco ancora un foglio bianco a testa e chiedo di disegnare un QUEZUL?
Scrivo la parola QUEZUL alla lavagna, vicino alla parola elefante e...
Cosa succede?
Lo saprete alla prossima puntata
sabato 8 maggio 2010
Kate Winslet e le occhiate malevole del mio macellaio
Ho visto The Reader, film dell’anno scorso valso a Kate Winslet un meritato Oscar come migliore attrice protagonista. Si tratta di un melodramma robusto e fortunatamente asciutto. Dico fortunatamente pensando ai lacrimosi precedenti del regista Stephen Daldry (Billy Elliot) e del produttore Anthony Minghella (Il paziente inglese).
La storia è presto riassunta. Nella Germania di metà anni Cinquanta, un quindicenne viene iniziato al sesso e all’amore da una donna di venti anni più anziana, durante una relazione lunga un’estate. Una decade più tardi, il ragazzo è studente di giurisprudenza e si prepara a diventare avvocato. Per caso, scopre che la donna da lui amata è ora sotto processo per crimini contro l’umanità. Sorvegliante ad Auschwitz, è responsabile della morte di trecento persone. Il giovane si sente attratto da lei, ma allo stesso tempo prova repulsione. Non va a trovarla in carcere dopo la condanna, ma non rinuncia a scriverle e a inviarle la registrazione della sua voce. La donna è analfabeta e lui le legge romanzi. Rinnovando così il rapporto di gioventù: allora, dopo l’amore veniva sempre la lettura. La donna, con tenacia feroce, approfitta delle registrazioni per imparare a leggere e scrivere. Solo all’approssimarsi della morte di lei, i due si incontreranno di nuovo.
L’intreccio si fonda su due temi fortissimi. Il primo riguarda il potere della parola scritta, strumento nel bene di salvezza e nel male di assoggettamento dell’individuo. Il secondo tocca il senso di colpa per ciò che di cattivo si è fatto. Ed è su questo che voglio concentrarmi.
La donna sa che è responsabile davanti alla legge dell’uccisione di molti innocenti ma non prova per il suo passato alcun senso di colpa. Il giovane, poi uomo, non è responsabile dell’uccisione di nessuno ma prova per quelle morti un fortissimo senso di colpa. Lui prova il senso della colpa in vece della donna. Lo percepisce tanto da finire per sentirsi responsabile delle sofferenze che lei ha inflitto agli ebrei prigionieri. Non si sente responsabile giuridicamente, ma storicamente. Lui “è” il popolo tedesco, responsabile collettivo delle colpe individuali di alcuni dei suoi componenti. Responsabile di una responsabilità che attraversa le generazioni e alla quale non si può sfuggire.
Per come mi hanno insegnato la Shoah, per come l’ho studiata io, per la passione che ho sempre provato per la storia europea, per il mio stesso essere uomo, da che ricordi mi sono sentito responsabile di quella tragedia. In questo non ho mai pensato di essere più libero di un tedesco solo perché italiano. E sapere di essere figlio o nipote di chi ha agito male non mi ha esonerato dal sentirmi investito dalla responsabilità storica di quelle azioni. In profondità, mi sono sempre chiesto se mai mi sarei “pulito” da quella macchia.
Ora, il punto è questo.
Quella percezione è in me ancora molto forte, ma non come in passato.
La macchia si è sbiadita col tempo, e senza che io sappia bene come e perché è avvenuto.
Ma diluendosi il senso di colpa, si annacquano anche il peso della responsabilità e l’orrore.
In altre parole, gli anticorpi che mi proteggono dal ricadere nel male.
Il mio macellaio è una persona gentile. Con la sua famiglia gestisce un piccolo market e vende carne, affettati e formaggi di qualità eccellente. Qualche tempo fa l’ho colto mentre “pedinava” dentro il negozio un cliente nordafricano. Gli ho chiesto perché lo faceva e mi ha risposto senza problemi che non si fidava. Ai cinesi lancia occhiate malevoli. I cinesi, qui a Tradate, formano una comunità numerosa e ormai radicata. Hanno diversi negozi e soprattutto l’emporio più grande delle Fornaci, nuovissimo centro commerciale. Al market scelgono velocemente, non schiamazzano, comprano e pagano sempre in contanti. Li ho visti con i miei occhi. Non c’è motivo per guardarli male. Non ne ho parlato con il macellaio, ma ammetto di essermi fatto in proposito un’opinione. Così come su tutti i rigurgiti di razzismo, leghista o meno, di cui si parla da qualche tempo a questa parte. E che non è prudente liquidare citando la rozzezza o l’ignoranza dei protagonisti.
Io penso che il senso di colpa si sia smarrito.
Scarsa o nulla conoscenza del passato. Egoismo. Rifiuto dei ricordi cattivi. Indisponibilità a dividere il peso degli errori dei nostri padri.
Tutti questi fattori agiscono nello spingerci a dimenticare quel che è stato.
E dimenticando ricadremo nel male di sempre.
La storia è presto riassunta. Nella Germania di metà anni Cinquanta, un quindicenne viene iniziato al sesso e all’amore da una donna di venti anni più anziana, durante una relazione lunga un’estate. Una decade più tardi, il ragazzo è studente di giurisprudenza e si prepara a diventare avvocato. Per caso, scopre che la donna da lui amata è ora sotto processo per crimini contro l’umanità. Sorvegliante ad Auschwitz, è responsabile della morte di trecento persone. Il giovane si sente attratto da lei, ma allo stesso tempo prova repulsione. Non va a trovarla in carcere dopo la condanna, ma non rinuncia a scriverle e a inviarle la registrazione della sua voce. La donna è analfabeta e lui le legge romanzi. Rinnovando così il rapporto di gioventù: allora, dopo l’amore veniva sempre la lettura. La donna, con tenacia feroce, approfitta delle registrazioni per imparare a leggere e scrivere. Solo all’approssimarsi della morte di lei, i due si incontreranno di nuovo.
L’intreccio si fonda su due temi fortissimi. Il primo riguarda il potere della parola scritta, strumento nel bene di salvezza e nel male di assoggettamento dell’individuo. Il secondo tocca il senso di colpa per ciò che di cattivo si è fatto. Ed è su questo che voglio concentrarmi.
La donna sa che è responsabile davanti alla legge dell’uccisione di molti innocenti ma non prova per il suo passato alcun senso di colpa. Il giovane, poi uomo, non è responsabile dell’uccisione di nessuno ma prova per quelle morti un fortissimo senso di colpa. Lui prova il senso della colpa in vece della donna. Lo percepisce tanto da finire per sentirsi responsabile delle sofferenze che lei ha inflitto agli ebrei prigionieri. Non si sente responsabile giuridicamente, ma storicamente. Lui “è” il popolo tedesco, responsabile collettivo delle colpe individuali di alcuni dei suoi componenti. Responsabile di una responsabilità che attraversa le generazioni e alla quale non si può sfuggire.
Per come mi hanno insegnato la Shoah, per come l’ho studiata io, per la passione che ho sempre provato per la storia europea, per il mio stesso essere uomo, da che ricordi mi sono sentito responsabile di quella tragedia. In questo non ho mai pensato di essere più libero di un tedesco solo perché italiano. E sapere di essere figlio o nipote di chi ha agito male non mi ha esonerato dal sentirmi investito dalla responsabilità storica di quelle azioni. In profondità, mi sono sempre chiesto se mai mi sarei “pulito” da quella macchia.
Ora, il punto è questo.
Quella percezione è in me ancora molto forte, ma non come in passato.
La macchia si è sbiadita col tempo, e senza che io sappia bene come e perché è avvenuto.
Ma diluendosi il senso di colpa, si annacquano anche il peso della responsabilità e l’orrore.
In altre parole, gli anticorpi che mi proteggono dal ricadere nel male.
Il mio macellaio è una persona gentile. Con la sua famiglia gestisce un piccolo market e vende carne, affettati e formaggi di qualità eccellente. Qualche tempo fa l’ho colto mentre “pedinava” dentro il negozio un cliente nordafricano. Gli ho chiesto perché lo faceva e mi ha risposto senza problemi che non si fidava. Ai cinesi lancia occhiate malevoli. I cinesi, qui a Tradate, formano una comunità numerosa e ormai radicata. Hanno diversi negozi e soprattutto l’emporio più grande delle Fornaci, nuovissimo centro commerciale. Al market scelgono velocemente, non schiamazzano, comprano e pagano sempre in contanti. Li ho visti con i miei occhi. Non c’è motivo per guardarli male. Non ne ho parlato con il macellaio, ma ammetto di essermi fatto in proposito un’opinione. Così come su tutti i rigurgiti di razzismo, leghista o meno, di cui si parla da qualche tempo a questa parte. E che non è prudente liquidare citando la rozzezza o l’ignoranza dei protagonisti.
Io penso che il senso di colpa si sia smarrito.
Scarsa o nulla conoscenza del passato. Egoismo. Rifiuto dei ricordi cattivi. Indisponibilità a dividere il peso degli errori dei nostri padri.
Tutti questi fattori agiscono nello spingerci a dimenticare quel che è stato.
E dimenticando ricadremo nel male di sempre.
domenica 2 maggio 2010
Chiesa e democrazia, cioè Chiesa e partecipazione
L'ultimo intervento di Maurizio mi sembra lucido e stimolante. Fa bene, a mio avviso, a richiamare l'idea di democrazia come partecipazione e come lui, proprio da credente, penso che di questa democrazia ne abbia bisogno anche la Chiesa. Infatti, uno dei guadagni più citati - e ancora solo in parte realizzati - del Vaticano II è la sottolineatura del ruolo attivo dei laici nella Chiesa, definito in quella solenne assemblea indispensabile per la ricerca di "santità" che è la sua missione.
Si fa parte della Chiesa per fede e la fede è possibile solo se libera. Si è davvero liberi se si accetta la fatica di essere veri, dialogando con gli altri a proposito delle proprie esperienze, rafforzandosi reciprocamente e, se necessario, correggendosi reciprocamente. E questo anche nel campo della fede, che è, oltre tutto, continua ricerca.
Dei credenti, che proprio in quanto credenti, prendano la parola - senza violenza, ma con fermezza - contro comportamenti e coperture che poco hanno a che fare con il vangelo sono una benedizione, per la Chiesa, non un problema.
In Galati 2,11 San Paolo scrive: "Quando Cefa [cioè Pietro, il capo degli apostoli, oggi il papa] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto". Paolo non affrontò Pietro, in quella circostanza, per porre disordine nella Chiesa o per fondare un suo movimento o per qualsiasi altro capriccio. Lo fece, come potete leggere nel seguito di quella pagina, perché riteneva che il comportamento di Pietro danneggiasse il vangelo, cioè, per un credente, la verità, il bene per tutti.
Questo atteggiamento di Paolo oggi lo chiamiamo democrazia: partecipazione responsabile e rispettosa al dibattito pubblico con la propria parola e azione; una partecipazione motivata dalla ricerca del bene comune.
In questo senso, democrazia e servizio al vangelo mi sembrano non solo compatibili, ma coessenziali.
Il problema, a mio avviso, è che oggi, purtroppo, la grande maggioranza dei credenti è ignorante, cioè non sa in cosa crede e non saprebbe renderne ragione né in un dibattito pubblico (come raccomanda l'autore della Prima lettera di Pietro 3,15) né all'interno della Chiesa stessa. E di questa ignoranza io ritengo gravemente responsabili le gerarchie, che dovrebbero molto più dedicarsi all'approfondimento della fede con chi ne è interessato (un esempio positivo: Martini, mai abbastanza rimpianto, in questo senso) e negli ultimi anni, almeno in Italia, hanno saputo soltanto inventarsi un "Progetto culturale" che coinvolge pochi esperti e che è logicamente ininfluente.
Dove c'è ignoranza, non può esserci democrazia... ma neppure Chiesa, almeno se si vuole una Chiesa viva, ricca, come la vuole il Signore ("Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi").
Di conseguenza sono possibili errori, tipo quello di far intendere che esista una giustizia degli uomini (cioè dello Stato) e una giustizia di Dio (cioè della Chiesa). Errore: per la Bibbia e per i padri della Chiesa esiste una sola giustizia e i credenti, quindi, non sono esentati dalla fede dal compito di costruirla insieme a tutti gli uomini, pur essendo aperti alla misericordia, mistero infinito. Ed ecco trovato il nesso tra problema della pedofilia e riflessione sulla democrazia nella Chiesa (cioè della ricerca della verità in essa).
Dei credenti, che proprio in quanto credenti, prendano la parola - senza violenza, ma con fermezza - contro comportamenti e coperture che poco hanno a che fare con il vangelo sono una benedizione, per la Chiesa, non un problema.
In Galati 2,11 San Paolo scrive: "Quando Cefa [cioè Pietro, il capo degli apostoli, oggi il papa] venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto". Paolo non affrontò Pietro, in quella circostanza, per porre disordine nella Chiesa o per fondare un suo movimento o per qualsiasi altro capriccio. Lo fece, come potete leggere nel seguito di quella pagina, perché riteneva che il comportamento di Pietro danneggiasse il vangelo, cioè, per un credente, la verità, il bene per tutti.
Questo atteggiamento di Paolo oggi lo chiamiamo democrazia: partecipazione responsabile e rispettosa al dibattito pubblico con la propria parola e azione; una partecipazione motivata dalla ricerca del bene comune.
In questo senso, democrazia e servizio al vangelo mi sembrano non solo compatibili, ma coessenziali.
Il problema, a mio avviso, è che oggi, purtroppo, la grande maggioranza dei credenti è ignorante, cioè non sa in cosa crede e non saprebbe renderne ragione né in un dibattito pubblico (come raccomanda l'autore della Prima lettera di Pietro 3,15) né all'interno della Chiesa stessa. E di questa ignoranza io ritengo gravemente responsabili le gerarchie, che dovrebbero molto più dedicarsi all'approfondimento della fede con chi ne è interessato (un esempio positivo: Martini, mai abbastanza rimpianto, in questo senso) e negli ultimi anni, almeno in Italia, hanno saputo soltanto inventarsi un "Progetto culturale" che coinvolge pochi esperti e che è logicamente ininfluente.
Dove c'è ignoranza, non può esserci democrazia... ma neppure Chiesa, almeno se si vuole una Chiesa viva, ricca, come la vuole il Signore ("Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi").
Di conseguenza sono possibili errori, tipo quello di far intendere che esista una giustizia degli uomini (cioè dello Stato) e una giustizia di Dio (cioè della Chiesa). Errore: per la Bibbia e per i padri della Chiesa esiste una sola giustizia e i credenti, quindi, non sono esentati dalla fede dal compito di costruirla insieme a tutti gli uomini, pur essendo aperti alla misericordia, mistero infinito. Ed ecco trovato il nesso tra problema della pedofilia e riflessione sulla democrazia nella Chiesa (cioè della ricerca della verità in essa).
sabato 24 aprile 2010
Libertà e ricerca della verità (anche nella Chiesa)
Ricerca della verità e libertà hanno molto a che fare l’una con l’altra, in ogni campo della convivenza umana.
È vero per l’arte, la cultura e la scienza: non si raggiungono alte vette espressive, non si esplorano a fondo i meandri dell’animo, non si sondano le leggi costitutive dell’universo se non si è liberi di sperimentare e cercare.
È vero nel campo dei rapporti sociali. Senza libertà, giocata nell’eguaglianza e nel rispetto dei diritti di ognuno, nessun uomo può mostrare agli altri il suo reale volto. E probabilmente vivremmo ancora in un mondo di appartenenze e ceti prescritti alla nascita: un mondo di maschere, dove non ci sarebbe nemmeno concesso decidere quale maschera indossare.
Ambiente di lavoro, famiglia, scuola: oggi possiamo scegliere cosa vogliamo essere e lottare per diventarlo. A guidarci è la ricerca di un’espressione personale più vera e completa. Ricerca che nemmeno inizierebbe se non avessimo ormai radicato dentro il sentimento della nostra libertà. Una libertà costitutiva, definitiva e incoercibile. Una libertà da uomini.
Di tante osservazioni connesse alla tempesta che in queste settimane coinvolge la Chiesa, voglio proporne una attinente alle affermazioni appena fatte.
Non ho motivo di credere che a Roma la ricerca della verità sia possibile, completa e autentica se non accompagnata dalla libertà delle persone che la praticano e del sistema in cui quelle persone agiscono.
Tanto meno credo che, in assenza di tale libertà, la ricerca della verità possa diventare patrimonio dell’intera comunità dei fedeli e dunque “metodo” condiviso per una Chiesa più ricca e feconda.
Questa libertà attualmente non c’è. Non c’è perché il funzionamento della Chiesa si basa su una tradizione bimillenaria che va in direzione opposta. Essa è fondata sull’obbedienza, sul culto della riservatezza e del segreto curiale, sull’ossequio gerarchico, sulla lotta contro ogni voce dissidente, sull’autorità del dogma.
Questi fattori hanno contribuito in misura determinante all’eccezionale longevità della Chiesa stessa ma hanno poco a che vedere con la ricerca di una verità autonoma sulle cose dell’uomo. Sono anzi suoi nemici dichiarati, da sempre: e oggi la verità ufficiale che scende dall’alto non è più sufficiente a tenere coesa l’assemblea dei credenti.
Uomini e donne pretendono da chi li governa un rendiconto delle loro azioni. Questa pratica si chiama democrazia ed è, in politica, ciò che più si avvicina alla realizzazione del principio sopra esposto.
La libertà di scegliersi i governanti è strettamente connessa al compito di questi ultimi: cercare la verità di rapporti sociali più autentici e soddisfacenti per tutti. Dove manca tale libertà, il potere spesso si arrocca in un angolo, con conseguenze deleterie e non di rado tragiche. E pur con tutte le sue brutture, la democrazia è al momento il meglio che abbiamo a disposizione per praticare una libertà degna di questo nome.
Nella Chiesa non c’è democrazia. Alla Chiesa la democrazia serve. Non solo perché viviamo in un’epoca che ha fatto a pezzi il principio gerarchico e dell’insofferenza contro l’autorità un tratto costitutivo. Le serve, molto di più, per dare purezza e autorevolezza al messaggio di Cristo. In pericolo non è, non è stata e non sarà l’esistenza della Chiesa, che è solo messaggera. In pericolo è il messaggio. Le gerarchie ecclesiastiche devono abbracciare la libertà, perché solo una maggiore libertà nella pratica pubblica dei loro compiti permetterà alla Chiesa di incarnare credibilmente il ruolo affidatole da Cristo.
Concludo con una richiesta ai fedeli cattolici. Si facciano sentire. In queste settimane abbiamo ascoltato e visto vescovi e conferenze episcopali fare coming out sulla questione pedofilia. Hanno parlato perché sapevano che la società non avrebbe tollerato ulteriormente il silenzio. E con questa concessione all’opinione pubblica hanno ancora una volta salvato il sistema verticistico di cui fanno parte.
Ma i veri autori della Chiesa sono i fedeli e i fedeli mantengono un clamoroso silenzio. Per conoscenza diretta di sacerdoti e credenti so quanto sia scomodo per molti l’attuale momento e indigesto il comportamento delle gerarchie. Perché questi credenti non parlano? Perché nessun fedele scrive sui muri che sviare, sminuire e mistificare sono contro Cristo? Perché nessuno si alza in chiesa, la domenica, e grida che anche a Roma è possibile una rivoluzione?
È vero per l’arte, la cultura e la scienza: non si raggiungono alte vette espressive, non si esplorano a fondo i meandri dell’animo, non si sondano le leggi costitutive dell’universo se non si è liberi di sperimentare e cercare.
È vero nel campo dei rapporti sociali. Senza libertà, giocata nell’eguaglianza e nel rispetto dei diritti di ognuno, nessun uomo può mostrare agli altri il suo reale volto. E probabilmente vivremmo ancora in un mondo di appartenenze e ceti prescritti alla nascita: un mondo di maschere, dove non ci sarebbe nemmeno concesso decidere quale maschera indossare.
Ambiente di lavoro, famiglia, scuola: oggi possiamo scegliere cosa vogliamo essere e lottare per diventarlo. A guidarci è la ricerca di un’espressione personale più vera e completa. Ricerca che nemmeno inizierebbe se non avessimo ormai radicato dentro il sentimento della nostra libertà. Una libertà costitutiva, definitiva e incoercibile. Una libertà da uomini.
Di tante osservazioni connesse alla tempesta che in queste settimane coinvolge la Chiesa, voglio proporne una attinente alle affermazioni appena fatte.
Non ho motivo di credere che a Roma la ricerca della verità sia possibile, completa e autentica se non accompagnata dalla libertà delle persone che la praticano e del sistema in cui quelle persone agiscono.
Tanto meno credo che, in assenza di tale libertà, la ricerca della verità possa diventare patrimonio dell’intera comunità dei fedeli e dunque “metodo” condiviso per una Chiesa più ricca e feconda.
Questa libertà attualmente non c’è. Non c’è perché il funzionamento della Chiesa si basa su una tradizione bimillenaria che va in direzione opposta. Essa è fondata sull’obbedienza, sul culto della riservatezza e del segreto curiale, sull’ossequio gerarchico, sulla lotta contro ogni voce dissidente, sull’autorità del dogma.
Questi fattori hanno contribuito in misura determinante all’eccezionale longevità della Chiesa stessa ma hanno poco a che vedere con la ricerca di una verità autonoma sulle cose dell’uomo. Sono anzi suoi nemici dichiarati, da sempre: e oggi la verità ufficiale che scende dall’alto non è più sufficiente a tenere coesa l’assemblea dei credenti.
Uomini e donne pretendono da chi li governa un rendiconto delle loro azioni. Questa pratica si chiama democrazia ed è, in politica, ciò che più si avvicina alla realizzazione del principio sopra esposto.
La libertà di scegliersi i governanti è strettamente connessa al compito di questi ultimi: cercare la verità di rapporti sociali più autentici e soddisfacenti per tutti. Dove manca tale libertà, il potere spesso si arrocca in un angolo, con conseguenze deleterie e non di rado tragiche. E pur con tutte le sue brutture, la democrazia è al momento il meglio che abbiamo a disposizione per praticare una libertà degna di questo nome.
Nella Chiesa non c’è democrazia. Alla Chiesa la democrazia serve. Non solo perché viviamo in un’epoca che ha fatto a pezzi il principio gerarchico e dell’insofferenza contro l’autorità un tratto costitutivo. Le serve, molto di più, per dare purezza e autorevolezza al messaggio di Cristo. In pericolo non è, non è stata e non sarà l’esistenza della Chiesa, che è solo messaggera. In pericolo è il messaggio. Le gerarchie ecclesiastiche devono abbracciare la libertà, perché solo una maggiore libertà nella pratica pubblica dei loro compiti permetterà alla Chiesa di incarnare credibilmente il ruolo affidatole da Cristo.
Concludo con una richiesta ai fedeli cattolici. Si facciano sentire. In queste settimane abbiamo ascoltato e visto vescovi e conferenze episcopali fare coming out sulla questione pedofilia. Hanno parlato perché sapevano che la società non avrebbe tollerato ulteriormente il silenzio. E con questa concessione all’opinione pubblica hanno ancora una volta salvato il sistema verticistico di cui fanno parte.
Ma i veri autori della Chiesa sono i fedeli e i fedeli mantengono un clamoroso silenzio. Per conoscenza diretta di sacerdoti e credenti so quanto sia scomodo per molti l’attuale momento e indigesto il comportamento delle gerarchie. Perché questi credenti non parlano? Perché nessun fedele scrive sui muri che sviare, sminuire e mistificare sono contro Cristo? Perché nessuno si alza in chiesa, la domenica, e grida che anche a Roma è possibile una rivoluzione?
lunedì 19 aprile 2010
Pedofilia e missione della Chiesa
Podifilia di uomini appartenenti al clero cattolico. Se ne parla e si discute.
Ho atteso a lungo, prima di scrivere qualcosa a proposito. Volevo ascoltare, riflettere, capire, valutare. Di solito questi esercizi non sono molto favoriti dallo stile di comunicazione che è maggiormente in uso: le notizie vengono urlate, pochi casi vengono trattati come se fossero la punta di un iceberg e così si evoca un disastro imminente e così via. Di solito ascoltare e dedicare tempo a riflettere e a vedere quali sono le reali dimensioni e implicazioni di un fenomeno porta ad essere più equilibrati, meno aggressivi nel giudizio e così via.
In questo caso, però, la cosa, almeno con me, non ha funzionato. Più si va avanti e più mi arrabbio, più attendo e ascolto e meno capisco.
E non succede solo a me. Sono un credente molto impegnato e ho molti buoni amici sacerdoti. Con diversi di loro c'è un dialogo fraterno e anche un'attiva collaborazione. E allora, solo in questi ultimi giorni, chiacchiero con un sacerdote di Siena e lui si domanda cosa stiano combinando a Roma. Ceno con un parroco di Milano e quello scuote la testa sconsolato. Vado a trovare un sacerdote che vive in un centro di spiritualità che accoglie ogni giorno preti da tutta la Lombardia per pregare, confrontarsi, scambiare esperienze e questo sorride amaro e dice che chi sta in alto sembra proprio aver perso la testa.
Cosa sta succedendo? La scivolata più recente, la goccia che fa traboccare il vaso - in questo caso una cascata -, è stata l'uscita del cardinale Bertone: "Non c'è nesso tra celibato dei preti e pedofilia, piuttosto è dimostrato dagli esperti un nesso tra omosessualità e pedofilia".
Parlava comunque dei preti, ha precisato la sala stampa vaticana, credendo così di mettere a tacere lo scandalo di queste parole sconsiderate.
E i preti comuni, a contatto con la gente, con i credenti normali che restano scandalizzati per la cattiva testimonianza di chi fa del male usando del credito della sua funzione, di chi copre i colpevoli in nome del superiore interesse della Chiesa senza preoccuparsi delle vittime innocenti, di chi si sente parte di uno Stato parallelo che non deve rendere conto alla "giustizia degli uomini" (espressione odiosa: la giustizia è una sola, anche per la Bibbia!), di chi ribatte che "la Chiesa è ancora una volta perseguitata!"... i preti comuni si interrogano.
Ma come? Bertone non è il capo della diplomazia vaticana? L'uomo più onorato ed ascoltato nella Chiesa dopo il papa? Non dovrebbe essere uomo di competenza, di finezza, di profondo senso di rispetto umano?
E giù a rimpiangere il tempo, non troppo lontano, in cui Segretario di Stato era un uomo pacato e rispettoso e discreto di nome Casaroli (con Paolo VI), in tempi in cui la Chiesa soffriva davvero in mezzo mondo persecuzioni odiose, sistematiche e violente, in tempi in cui mezza Europa era stretta da regimi atei e illiberali, in tempi in cui si trattava con delicati equilibri per difendere la libertà religiosa negata insieme alle elementari libertà civili e ai diritti umani.
Allora sì la Chiesa era perseguitata: oggi bastano due titoli sui giornali e il cardinale Segretario di Stato perde la testa e dice sciocchezze, offendendo persone innocenti, insinuando il sospetto, rafforzando il pregiudizio e coprendo, coprendo, con una nube di fumo (immagine diabolica, se lo ricorda?) le colpe dei pochi che si sono macchiati di crimini odiosi.
Ma è tempo di chiedersi se si tratta solo di una questione di diplomazia, di rispetto, di buone maniere, che pure sono tutti atteggiamenti utili a far soffrire di meno gli altri per le proprie mancanze.
E' tempo di chiedersi se il cardinale Bertone e con lui la gran parte degli alti prelati della Chiesa cattolica leggono davvero il Vangelo di Gesù Cristo e se sanno ancora (se mai lo hanno saputo), farsi dare da quel Vangelo lo sguardo, il giudizio, la forma di vita e di mente che fa di un uomo, cardinale o semplice credente, un uomo nuovo.
Questa Chiesa non sta crollando per le persecuzioni dei giornali (nel passato ne ha viste di molto peggiori, ha visto quelle vere...), né per l'impreparazione all'uso dei mezzi di comunicazione di massa dei suoi vecchi capi.
Questa Chiesa crolla quando non sa più perché esiste.
E rinasce, se è questo il suo destino, quando se lo ricorda.
La gente, tutta, senza distinzioni, vive a suo modo la ricerca di senso, di bellezza, di giustizia e di verità. In questo movimento, vasto quanto l'umanità, c'è spazio anche per chi crede. Ma chi dice di credere (e non sa di cosa sta parlando) e della sua presunta fede fa uno strumento di potere, è nemico dell'umanità.
domenica 11 aprile 2010
25 aprile: chi vincerà la battaglia per l'identità degli italiani?
Circa un anno fa, in prossimità del 25 aprile, scrissi un articolo per il giornale del circolo PD di Saronno, del quale facevo parte. Il pezzo si intitolava “25 aprile contro Grande Fratello” e aveva questo sottotitolo: “Chi vincerà la sfida per l’identità nazionale?”. L’articolo non venne pubblicato perché i miei compagni di partito trovarono la tesi esposta provocatoria e discutibile. Sembrò loro che non stesse affatto bene guardare alla sacrosanta celebrazione resistenziale con occhi disincantati. La nuova e recente batosta presa dalla sinistra alle amministrative dimostra però, a mio parere, che avevo ragione: senza riflettere su se stessi non si elaborano un linguaggio, una visione e un approccio politici capaci di fare breccia tra la gente. Ecco perché propongo oggi quell’articolo. A distanza di un anno, il suo contenuto resta per me valido. Il testo del pezzo è qui di seguito, in corsivo.
È facile immaginare cosa sarebbe accaduto se Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset, avesse deciso d’imperio di cancellare dal palinsesto di Canale 5 l’ultima puntata del “Grande Fratello”, andata in onda pochi giorni fa, lunedì 20 aprile. I fan di questa trasmissione, non meno di 5,6 milioni a puntata, avrebbero sommerso di telefonate e messaggi i centralini e il sito Internet della rete televisiva.
Lo stesso Silvio Berlusconi ha per anni rifiutato di fare la sua comparsa durante la festa del 25 aprile. Non solo da capo dell’opposizione, e come tale rappresentante di una sola parte degli italiani. Ma anche da Presidente del Consiglio e, in quanto capo del governo, rappresentante di tutti gli italiani. Ha in questo modo negato l’importanza della festa, cancellandola fisicamente dalla sua agenda e sanzionandone la cancellazione simbolica dal calendario mentale di molti nostri connazionali. Eppure lo scandalo non ha oltrepassato le redazioni dei giornali e i circoli intellettuali di sinistra. Nel comportarsi così Berlusconi ha avuto certamente buon gioco. È come se avesse affermato: posso farlo, anzi è giusto che lo faccia, perché molti italiani la pensano come me e mi danno ragione. È difficile dargli torto. Questa festa ha perso buona parte della sua presa sulle nostre coscienze.
Una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che il 14 luglio accende nei francesi. Ecco qualche importante motivo.
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana. Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo. Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò. Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi, anche tra i suoi iniziali estimatori. Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica. E questo ci porta ad altre considerazioni.
C’è chi nega che gli italiani formino una nazione. Perché le differenze di cultura tra le varie popolazioni d’Italia sono saldamente radicate nella storia e rendono ancora oggi un campano assai diverso da un lombardo e un piemontese agli antipodi di un siciliano. E soprattutto perché gli italiani non sono mai stati davvero, in massa, protagonisti della loro storia. Ogni volta che c’è stato bisogno di «fare l’Italia» si sono lasciati trascinare da chi riusciva a mettersi alla loro guida. Fossero gli intellettuali e i borghesi combattenti del Risorgimento, i generali e i politici desiderosi di prestigio della Prima guerra mondiale, i resistenti della Seconda guerra mondiale. Gli italiani hanno appreso che erano italiani, come lo erano diventati e cosa era l’Italia sempre attraverso una narrazione esterna. Giornali, poi televisione, partiti, scuola: molti si sono assunti il compito di questa narrazione, ingolfandola di retorica e termini assoluti. Patria, Libertà, Popolo, Re, Repubblica, Costituzione, Resistenza. Naturalmente, tutto maisucolo. Da qui anche la tripletta di feste nazionali che dovrebbero contribuire, pezzetto per pezzetto, al mosaico della nostra identità: 25 aprile Festa della Liberazione, 2 giugno Festa della Repubblica, 4 novembre Festa della Vittoria. Con la clamorosa mancanza del 20 settembre, fino al fascismo celebrato in nome dell’unità d’Italia e poi abbandonato per opportunismo. Troppe feste, che nell’insieme evidenziano la mancanza di un centro unico e condiviso attorno al quale raccogliere la nazione italiana. Oggi però, lo diciamo provocatoriamente ma con rispetto, questo centro gli italiani se lo sono trovati da soli.
Che cosa sono infatti il “Grande Fratello” e il televoto se non gli strumenti attraverso i quali, settimana dopo settimana, gli italiani modellano e rimodellano l’identità nazionale, creano e ricreano l’italiano tipo, promuovendo e bocciando, ascoltando e giudicando, approvando e litigando? Meglio essere prudenti nel giudizio. Forse si tratta di illusione, forse è tutta finzione manovrata dal network, forse è una caricatura di scelta partecipata. Ma forse no. Forse gli italiani che giocano a tutto questo sono consapevoli dei limiti dell’operazione e vogliono egualmente giocare. Conta di più la voglia di essere protagonisti, in una storia minima, la storia del “Grande Fratello”, ma storia loro, da loro influenzata e condotta. Un ruolo che negli ultimi secoli gli italiani non hanno mai voluto o potuto conquistarsi. Ed ecco che si profila una nuova sfida. Nel futuro prossimo cosa peserà di più nella formazione della nostra identità nazionale? Il “Grande Fratello” o il 25 aprile?
Piero Calamandrei scrisse poco dopo la fine della guerra, a proposito della Resistenza: «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». Questo solo conta e questo solo abbiamo il dovere di tramandare oggi e in futuro, affinché il significato del 25 aprile sopravviva alla morte dell’ultimo partigiano e al passare del tempo che oscura ogni cosa. Per vivere da uomini bisogna essere liberi. Per conquistare la libertà e donarla a chi non l’ha bisogna combattere e sacrificarsi. In tempo di pace non meno che in tempo di guerra, quando la minaccia alla democrazia assume forme suadenti e pericolose. L’omologazione sociale e del pensiero non ci priva della libertà fisica ma incatena la nostra mente. Essa rischia oggi di trovarsi prigioniera, mentre il corpo vaga libero per le strade della città. I democratici si guardino da tale rischio, come tutti gli italiani. Chi rifiuterà la sfida o non si mostrerà all’altezza avrà tradito il 25 aprile.
È facile immaginare cosa sarebbe accaduto se Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset, avesse deciso d’imperio di cancellare dal palinsesto di Canale 5 l’ultima puntata del “Grande Fratello”, andata in onda pochi giorni fa, lunedì 20 aprile. I fan di questa trasmissione, non meno di 5,6 milioni a puntata, avrebbero sommerso di telefonate e messaggi i centralini e il sito Internet della rete televisiva.
Lo stesso Silvio Berlusconi ha per anni rifiutato di fare la sua comparsa durante la festa del 25 aprile. Non solo da capo dell’opposizione, e come tale rappresentante di una sola parte degli italiani. Ma anche da Presidente del Consiglio e, in quanto capo del governo, rappresentante di tutti gli italiani. Ha in questo modo negato l’importanza della festa, cancellandola fisicamente dalla sua agenda e sanzionandone la cancellazione simbolica dal calendario mentale di molti nostri connazionali. Eppure lo scandalo non ha oltrepassato le redazioni dei giornali e i circoli intellettuali di sinistra. Nel comportarsi così Berlusconi ha avuto certamente buon gioco. È come se avesse affermato: posso farlo, anzi è giusto che lo faccia, perché molti italiani la pensano come me e mi danno ragione. È difficile dargli torto. Questa festa ha perso buona parte della sua presa sulle nostre coscienze.
Una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che il 14 luglio accende nei francesi. Ecco qualche importante motivo.
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana. Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo. Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò. Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi, anche tra i suoi iniziali estimatori. Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica. E questo ci porta ad altre considerazioni.
C’è chi nega che gli italiani formino una nazione. Perché le differenze di cultura tra le varie popolazioni d’Italia sono saldamente radicate nella storia e rendono ancora oggi un campano assai diverso da un lombardo e un piemontese agli antipodi di un siciliano. E soprattutto perché gli italiani non sono mai stati davvero, in massa, protagonisti della loro storia. Ogni volta che c’è stato bisogno di «fare l’Italia» si sono lasciati trascinare da chi riusciva a mettersi alla loro guida. Fossero gli intellettuali e i borghesi combattenti del Risorgimento, i generali e i politici desiderosi di prestigio della Prima guerra mondiale, i resistenti della Seconda guerra mondiale. Gli italiani hanno appreso che erano italiani, come lo erano diventati e cosa era l’Italia sempre attraverso una narrazione esterna. Giornali, poi televisione, partiti, scuola: molti si sono assunti il compito di questa narrazione, ingolfandola di retorica e termini assoluti. Patria, Libertà, Popolo, Re, Repubblica, Costituzione, Resistenza. Naturalmente, tutto maisucolo. Da qui anche la tripletta di feste nazionali che dovrebbero contribuire, pezzetto per pezzetto, al mosaico della nostra identità: 25 aprile Festa della Liberazione, 2 giugno Festa della Repubblica, 4 novembre Festa della Vittoria. Con la clamorosa mancanza del 20 settembre, fino al fascismo celebrato in nome dell’unità d’Italia e poi abbandonato per opportunismo. Troppe feste, che nell’insieme evidenziano la mancanza di un centro unico e condiviso attorno al quale raccogliere la nazione italiana. Oggi però, lo diciamo provocatoriamente ma con rispetto, questo centro gli italiani se lo sono trovati da soli.
Che cosa sono infatti il “Grande Fratello” e il televoto se non gli strumenti attraverso i quali, settimana dopo settimana, gli italiani modellano e rimodellano l’identità nazionale, creano e ricreano l’italiano tipo, promuovendo e bocciando, ascoltando e giudicando, approvando e litigando? Meglio essere prudenti nel giudizio. Forse si tratta di illusione, forse è tutta finzione manovrata dal network, forse è una caricatura di scelta partecipata. Ma forse no. Forse gli italiani che giocano a tutto questo sono consapevoli dei limiti dell’operazione e vogliono egualmente giocare. Conta di più la voglia di essere protagonisti, in una storia minima, la storia del “Grande Fratello”, ma storia loro, da loro influenzata e condotta. Un ruolo che negli ultimi secoli gli italiani non hanno mai voluto o potuto conquistarsi. Ed ecco che si profila una nuova sfida. Nel futuro prossimo cosa peserà di più nella formazione della nostra identità nazionale? Il “Grande Fratello” o il 25 aprile?
Piero Calamandrei scrisse poco dopo la fine della guerra, a proposito della Resistenza: «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». Questo solo conta e questo solo abbiamo il dovere di tramandare oggi e in futuro, affinché il significato del 25 aprile sopravviva alla morte dell’ultimo partigiano e al passare del tempo che oscura ogni cosa. Per vivere da uomini bisogna essere liberi. Per conquistare la libertà e donarla a chi non l’ha bisogna combattere e sacrificarsi. In tempo di pace non meno che in tempo di guerra, quando la minaccia alla democrazia assume forme suadenti e pericolose. L’omologazione sociale e del pensiero non ci priva della libertà fisica ma incatena la nostra mente. Essa rischia oggi di trovarsi prigioniera, mentre il corpo vaga libero per le strade della città. I democratici si guardino da tale rischio, come tutti gli italiani. Chi rifiuterà la sfida o non si mostrerà all’altezza avrà tradito il 25 aprile.
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