Circa un anno fa, in prossimità del 25 aprile, scrissi un articolo per il giornale del circolo PD di Saronno, del quale facevo parte. Il pezzo si intitolava “25 aprile contro Grande Fratello” e aveva questo sottotitolo: “Chi vincerà la sfida per l’identità nazionale?”. L’articolo non venne pubblicato perché i miei compagni di partito trovarono la tesi esposta provocatoria e discutibile. Sembrò loro che non stesse affatto bene guardare alla sacrosanta celebrazione resistenziale con occhi disincantati. La nuova e recente batosta presa dalla sinistra alle amministrative dimostra però, a mio parere, che avevo ragione: senza riflettere su se stessi non si elaborano un linguaggio, una visione e un approccio politici capaci di fare breccia tra la gente. Ecco perché propongo oggi quell’articolo. A distanza di un anno, il suo contenuto resta per me valido. Il testo del pezzo è qui di seguito, in corsivo.
È facile immaginare cosa sarebbe accaduto se Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset, avesse deciso d’imperio di cancellare dal palinsesto di Canale 5 l’ultima puntata del “Grande Fratello”, andata in onda pochi giorni fa, lunedì 20 aprile. I fan di questa trasmissione, non meno di 5,6 milioni a puntata, avrebbero sommerso di telefonate e messaggi i centralini e il sito Internet della rete televisiva.
Lo stesso Silvio Berlusconi ha per anni rifiutato di fare la sua comparsa durante la festa del 25 aprile. Non solo da capo dell’opposizione, e come tale rappresentante di una sola parte degli italiani. Ma anche da Presidente del Consiglio e, in quanto capo del governo, rappresentante di tutti gli italiani. Ha in questo modo negato l’importanza della festa, cancellandola fisicamente dalla sua agenda e sanzionandone la cancellazione simbolica dal calendario mentale di molti nostri connazionali. Eppure lo scandalo non ha oltrepassato le redazioni dei giornali e i circoli intellettuali di sinistra. Nel comportarsi così Berlusconi ha avuto certamente buon gioco. È come se avesse affermato: posso farlo, anzi è giusto che lo faccia, perché molti italiani la pensano come me e mi danno ragione. È difficile dargli torto. Questa festa ha perso buona parte della sua presa sulle nostre coscienze.
Una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che il 14 luglio accende nei francesi. Ecco qualche importante motivo.
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana. Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo. Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò. Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi, anche tra i suoi iniziali estimatori. Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica. E questo ci porta ad altre considerazioni.
C’è chi nega che gli italiani formino una nazione. Perché le differenze di cultura tra le varie popolazioni d’Italia sono saldamente radicate nella storia e rendono ancora oggi un campano assai diverso da un lombardo e un piemontese agli antipodi di un siciliano. E soprattutto perché gli italiani non sono mai stati davvero, in massa, protagonisti della loro storia. Ogni volta che c’è stato bisogno di «fare l’Italia» si sono lasciati trascinare da chi riusciva a mettersi alla loro guida. Fossero gli intellettuali e i borghesi combattenti del Risorgimento, i generali e i politici desiderosi di prestigio della Prima guerra mondiale, i resistenti della Seconda guerra mondiale. Gli italiani hanno appreso che erano italiani, come lo erano diventati e cosa era l’Italia sempre attraverso una narrazione esterna. Giornali, poi televisione, partiti, scuola: molti si sono assunti il compito di questa narrazione, ingolfandola di retorica e termini assoluti. Patria, Libertà, Popolo, Re, Repubblica, Costituzione, Resistenza. Naturalmente, tutto maisucolo. Da qui anche la tripletta di feste nazionali che dovrebbero contribuire, pezzetto per pezzetto, al mosaico della nostra identità: 25 aprile Festa della Liberazione, 2 giugno Festa della Repubblica, 4 novembre Festa della Vittoria. Con la clamorosa mancanza del 20 settembre, fino al fascismo celebrato in nome dell’unità d’Italia e poi abbandonato per opportunismo. Troppe feste, che nell’insieme evidenziano la mancanza di un centro unico e condiviso attorno al quale raccogliere la nazione italiana. Oggi però, lo diciamo provocatoriamente ma con rispetto, questo centro gli italiani se lo sono trovati da soli.
Che cosa sono infatti il “Grande Fratello” e il televoto se non gli strumenti attraverso i quali, settimana dopo settimana, gli italiani modellano e rimodellano l’identità nazionale, creano e ricreano l’italiano tipo, promuovendo e bocciando, ascoltando e giudicando, approvando e litigando? Meglio essere prudenti nel giudizio. Forse si tratta di illusione, forse è tutta finzione manovrata dal network, forse è una caricatura di scelta partecipata. Ma forse no. Forse gli italiani che giocano a tutto questo sono consapevoli dei limiti dell’operazione e vogliono egualmente giocare. Conta di più la voglia di essere protagonisti, in una storia minima, la storia del “Grande Fratello”, ma storia loro, da loro influenzata e condotta. Un ruolo che negli ultimi secoli gli italiani non hanno mai voluto o potuto conquistarsi. Ed ecco che si profila una nuova sfida. Nel futuro prossimo cosa peserà di più nella formazione della nostra identità nazionale? Il “Grande Fratello” o il 25 aprile?
Piero Calamandrei scrisse poco dopo la fine della guerra, a proposito della Resistenza: «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini». Questo solo conta e questo solo abbiamo il dovere di tramandare oggi e in futuro, affinché il significato del 25 aprile sopravviva alla morte dell’ultimo partigiano e al passare del tempo che oscura ogni cosa. Per vivere da uomini bisogna essere liberi. Per conquistare la libertà e donarla a chi non l’ha bisogna combattere e sacrificarsi. In tempo di pace non meno che in tempo di guerra, quando la minaccia alla democrazia assume forme suadenti e pericolose. L’omologazione sociale e del pensiero non ci priva della libertà fisica ma incatena la nostra mente. Essa rischia oggi di trovarsi prigioniera, mentre il corpo vaga libero per le strade della città. I democratici si guardino da tale rischio, come tutti gli italiani. Chi rifiuterà la sfida o non si mostrerà all’altezza avrà tradito il 25 aprile.
domenica 11 aprile 2010
martedì 6 aprile 2010
Ancora Pasqua, ancora in mezzo al guado
Ho trascorso il giorno di Pasqua in Francia con la mia famiglia e con una famiglia di amici. Siamo andati a Colmar, la graziosa cittadina dell'Alsazia che ospita una grandiosa opera d'arte: la pala d'altare dipinta nei primi anni del Cinquecento da Mathias Grunewald.
E' la terza volta che attraverso le Alpi per ammirare questi dipinti e anche questa volta sono rimasto colpito dall'intensa fede dell'artista. Essa è talmente visibile che trasforma una qualsiasi visita ad un piccolo museo in una esperienza spirituale.
I visitatori entrano nella grande sala. Fanno silenzio, si siedono, ascoltano le guide che li accompagnano o premono all'orecchio l'auricolare dell'audioguida fornita all'ingresso. Poi, invece che allontanarsi - come succede di solito - soddisfatti di aver compiuto uno dei doveri del turista medio, restano lì, fermi. Continuano ad osservare. Cercano di rendersi conto se è vero ciò che stanno ammirando: se il miracolo è cosa reale. E in questo caso se possono cominciare a sognare un mondo diverso, dove non ha senso la sete di avere, potere e apparire che ci sta mangiando tutti.
Li osservi, come io ho fatto per lunghi momenti, e capisci che molti di loro non sanno dare un nome alla sconcertante bellezza cui assistono. Nei grandi dipinti che ornavano l'altare del monastero-ospedale di Isenheim è narrato tutto il mito cristiano: annunciazione a Maria, infanzia di Gesù, morte in croce, risurrezione, vita dei santi cristiani e tentazioni che ancora li tormentano.
Stupore e interesse anche nei miei bambini (sette e undici anni) e nei tre dei miei amici. Di solito è difficile che sopportino la visita dei musei che sembrano tanto interessare gli adulti. Ma questa volta sono rimasti lì anche loro. Non sapevano perché, ma capivano che era importante essere venuti fino a lì, ad assistere a quella cosa inusuale, eccezionale, cupa e luminosa, colorata e grande: una narrazione dai significati inesauribili e arcani.
A mio figlio è piaciuto il lungo lenzuolo che il risorto lascia dietro di sé salendo al cielo: ha colori freddi il lembo che è rimasto nella tomba, e poi sempre più caldi, fino all'incandescenza del volto sereno del Cristo, sereno e trionfante.
A mia figlia sono piaciuti i mostri, frutto di una fantasia degna dei pokemon, che tormentano nel deserto il povero sant'Antonio, vogliono evidentemente spaventarlo e, non riuscendoci, arrivano persino a tirargli i capelli.
Apprezzati anche gli angeli cantori, un corvo che miracolosamente porta un pane nel deserto, un asceta vestito solo di foglie, una madonna nello stesso tempo sapiente e spaventata per l'ingresso in casa sua di un angelo in un turbine di vento.
Mi sono commosso, come mi accade sempre.
Il mito cristiano - come altri, antichissimi e così profondamente umani - è bellissimo. Come spero, con tutto me stesso, che sia anche vero!
Grunewald ne aveva la certezza. Beata la vita del messaggero di un lieto annuncio: la sua, almeno la sua, fu un'esistenza piena di significato e valore.
E' il mio augurio di Pasqua a tutti i nostri lettori.
domenica 28 marzo 2010
Alcuni motivi di pregio di Mad Men
Mad Men è una serie televisiva americana, trasmessa in Italia da Cult, canale del bouquet Sky. Racconta le vicende dalla Sterling Cooper, immaginaria agenzia pubblicitaria che ha sede in Madison Avenue, a New York, e degli uomini e delle donne che vi lavorano. Ed è ambientata nel passato. La prima stagione narra avvenimenti svoltisi nel 1960, alle soglie dell’elezione di John Kennedy alla presidenza USA. La seconda torna sul 1962 e ha il suo acme nella crisi di Cuba. La terza è imperniata sul 1963 e culmina con l’assassinio di JFK a Dallas. La quarta stagione andrà in onda negli Stati Uniti a partire da luglio e arriverà nel nostro Paese probabilmente sotto Natale. La serie ha già vinto per due volte il premio assegnato dal Sindacato americano degli sceneggiatori: nel suo campo, un riconoscimento che vale ben più di un Oscar. E ora voglio indicare alcuni degli elementi che rendono Mad Men una serie speciale.
- Il lavoro sulle parole, eseguito per sottrazione. Non c’è nel testo una parola in più e inutile. Ciò fa sì che i dialoghi pesino come pietre e che tutte le battute siano indispensabili alla costruzione della storia e del carattere dei personaggi, imponendosi inesorabilmente all’attenzione dello spettatore.
- In stretta connessione, le capacità attoriali del cast. Molte battute esprimono pienamente la propria forza perché accompagnate da sguardi, sospiri, gesti che integrano il detto e riassumono il non detto in maniera perfetta. Tutto ciò vale ancora di più se si ascoltano i dialoghi in lingua originale.
- L’eccezionale cura della ricostruzione d’ambiente e dei suoi dettagli. L’ambiente urbano dei sobborghi newyorchesi, domestico della famiglia borghese americana alla nascita della «società affluente», d’ufficio in una grande azienda di importanza nazionale. Ma ricostruzione anche dell’ambiente sociale e culturale d’epoca. La necessità di essere wasp, il difetto di essere donna, la superstizione del cattolicesimo immigrato, la sigaretta e il superalcolico, l’ostracismo e la vergogna per l’omosessualità, la crescente influenza della televisione, la minorità e anzi la quasi invisibilità dei neri: tutti questi e altri elementi sono presenti, efficaci anche quando appena pennellati.
- Il contrasto tra il nitore e rigore della messa in scena e la forza delle passioni che muovono i personaggi. L’ambiente è sempre pulito, illuminato, animato da colori squillanti. E i protagonisti non gridano, non fanno piazzate, non si muovono in modo inconsulto, non hanno i vestiti in disordine. Eppure quando parlano, parlano per ottenere denaro, sesso e potere. Sono istinti e desideri primari, immersi ed espressi in un universo convenzionale e misurato, che non ammette deroghe. Tale contrasto accentua efficacemente ogni effetto drammatico.
- Lo stesso contrasto fa sì i personaggi appaiano sempre in procinto di prendere decisioni fatali. Noi sappiamo che chi recita sta solo accendendo una sigaretta. Ma quella sigaretta può essere l’ultima. Dopo quella sigaretta, si può scegliere di cambiare vita… o di accendersene un’altra!
- La riuscita fusione tra storia personale e storia collettiva. Gli eventi cui accennavo sopra sono presenti in sceneggiatura e citati in modo molto classico: un discorso radiofonico, un telegiornale, un quotidiano. Ma, a differenza di quanto avviene in altre serie, qui gli avvenimenti storici hanno sempre a che vedere con le vicende dei protagonisti, influenzandole in maniera non artificiosa. Ecco perché Mad Men, benché sempre raccolta entro le mura di un ufficio o di una casa, lascia davvero nella memoria il senso della scoperta di un’altra epoca e di un altro mondo.
Queste sono le mie impressioni. Chi vuole verificarle deve solo godere dello spettacolo che va in onda a ogni puntata di Mad Men.
- Il lavoro sulle parole, eseguito per sottrazione. Non c’è nel testo una parola in più e inutile. Ciò fa sì che i dialoghi pesino come pietre e che tutte le battute siano indispensabili alla costruzione della storia e del carattere dei personaggi, imponendosi inesorabilmente all’attenzione dello spettatore.
- In stretta connessione, le capacità attoriali del cast. Molte battute esprimono pienamente la propria forza perché accompagnate da sguardi, sospiri, gesti che integrano il detto e riassumono il non detto in maniera perfetta. Tutto ciò vale ancora di più se si ascoltano i dialoghi in lingua originale.
- L’eccezionale cura della ricostruzione d’ambiente e dei suoi dettagli. L’ambiente urbano dei sobborghi newyorchesi, domestico della famiglia borghese americana alla nascita della «società affluente», d’ufficio in una grande azienda di importanza nazionale. Ma ricostruzione anche dell’ambiente sociale e culturale d’epoca. La necessità di essere wasp, il difetto di essere donna, la superstizione del cattolicesimo immigrato, la sigaretta e il superalcolico, l’ostracismo e la vergogna per l’omosessualità, la crescente influenza della televisione, la minorità e anzi la quasi invisibilità dei neri: tutti questi e altri elementi sono presenti, efficaci anche quando appena pennellati.
- Il contrasto tra il nitore e rigore della messa in scena e la forza delle passioni che muovono i personaggi. L’ambiente è sempre pulito, illuminato, animato da colori squillanti. E i protagonisti non gridano, non fanno piazzate, non si muovono in modo inconsulto, non hanno i vestiti in disordine. Eppure quando parlano, parlano per ottenere denaro, sesso e potere. Sono istinti e desideri primari, immersi ed espressi in un universo convenzionale e misurato, che non ammette deroghe. Tale contrasto accentua efficacemente ogni effetto drammatico.
- Lo stesso contrasto fa sì i personaggi appaiano sempre in procinto di prendere decisioni fatali. Noi sappiamo che chi recita sta solo accendendo una sigaretta. Ma quella sigaretta può essere l’ultima. Dopo quella sigaretta, si può scegliere di cambiare vita… o di accendersene un’altra!
- La riuscita fusione tra storia personale e storia collettiva. Gli eventi cui accennavo sopra sono presenti in sceneggiatura e citati in modo molto classico: un discorso radiofonico, un telegiornale, un quotidiano. Ma, a differenza di quanto avviene in altre serie, qui gli avvenimenti storici hanno sempre a che vedere con le vicende dei protagonisti, influenzandole in maniera non artificiosa. Ecco perché Mad Men, benché sempre raccolta entro le mura di un ufficio o di una casa, lascia davvero nella memoria il senso della scoperta di un’altra epoca e di un altro mondo.
Queste sono le mie impressioni. Chi vuole verificarle deve solo godere dello spettacolo che va in onda a ogni puntata di Mad Men.
domenica 21 marzo 2010
Una realtà che non fa sognare
Sulla facciata della scuola media frequentata da mio figlio, anni fa un poeta in erba ha scritto due bellissimi versi. Dicevano così: "Nadia non sei un sogno/ma una realtà che fa sognare".
Oggi quella scritta sul muro è stata cancellata, ma ho sempre sperato che la fortunata Nadia, moderna Beatrice, abbia conosciuto il piccolo poeta innamorato.
Ci sono aspetti della vita che meritano poesia, come l'amore, a cominciare dai suoi inizi in una cotta tra adolescenti. Poi ci sono le realtà meno sentimentali: il lavoro, la gestione dei risparmi, le spese condominiali, il mutuo, l'assicurazione dell'auto e il prezzo della benzina fanno parte di questa seconda categoria. Sono cose che centrano poco con la leggerezza e la gratuità dei desideri, delle emozioni, dei sogni, appunto. Sono cose fatte come devono essere, e basta. Non resta che affrontarle adeguandosi alla realtà.
Ora mi chiedo: tra i due estremi del mondo delle emozioni, da una parte, e di quello delle concretezze più dure, dall'altra, dove si colloca il mondo della politica?
Sembra una domanda un po' retorica. Potremmo rispondere subito, senza pensarci: la politica è la gestione del bene comune, fatto di cose concrete sulle quali decidere con conoscenza dei problemi, attenzione ai dati concreti, realismo ed efficacia.
E allora mi domando: cos'è questo gran parlare, oggi, tra i politici, di amore, di affetti e di valori?
In una delle campagne elettorali vinte negli ultimi dieci anni, il centrosinistra, guidato da Prodi, parlava di una politica "per la felicità". Dopo di lui è nato il Partito Democratico e Walter Veltroni ha tentato di guidarlo in nome dei "sogni" e della "bella politica".
Oggi Bersani insiste, più realisticamente, sul problema del lavoro e sui soldi che si potrebbero spendere per aiutare le famiglie e le piccole e medie imprese in difficoltà.
Questa parabola indica una decadenza della politica o un suo progresso?
Sabato 20 marzo si è tenuta a Roma una grande manifestazione del Popolo della Libertà di Berlusconi e dei suoi alleati. A grandi lettere, sul palco, era scritto: "L'amore vince sempre sull'odio e sull'invidia". Ecco, da questa parte siamo già da tempo al "partito dell'amore".
Ma perché sprecare così le parole?
Ho una teoria. Penso che se liberassimo definitivamente la politica dai grandi sentimenti contrapposti smetteremmo di viverla per quello che è diventata: la gara a chi accende di più i suoi tifosi e ammiratori e li spinge di più a disprezzare l'altro dal profondo del cuore.
Se passassimo, invece, a un metodo davvero democratico di confrontarci sulle cose concrete, faremmo tutti qualche progresso, a cominciare dal fatto che l'interesse per la politica crescerebbe molto rapidamente.
Il principio fondamentale di questo metodo è: ascolta l'altro tentando di capire cosa vuole davvero, prima di rispondere con una tua valutazione della sua proposta e, eventualmente, con una controproposta; facendo così, potresti scoprire che siete d'accordo, oppure che non lo siete, ma che entrambi vedete un aspetto del problema davvero importante e che bisogna cercare una mediazione insieme.
Invece i politici si ascoltano solo fino a metà della frase pronunciata dall'avversario e nel frattempo non stanno pensando a quello che l'altro dice, ma a cosa controbattere (possibilmente sovrapponendosi alla sua voce) in modo da sembrare subito migliori di lui.
E così arriviamo al problema: la politica non fa sognare quasi nessuno perché la democrazia si è trasformata semplicemente in una campagna elettorale permanente, basata non sui fatti, sui problemi, sulle proposte e sulle cose da fare, ma sull'attacco all'avversario.
Una situazione nella quale c'è poca poesia, ovviamente.
I poeti, si sa, sono tipi solitari, riflessivi, pacati. Amano il silenzio, la bellezza scoperta parola per parola, un'idea dopo l'altra, una scoperta quotidiana per cui dirsi grati al mondo intero.
Per questo nella storia si è pensato di far fare politica ai filosofi, ma mai ai poeti.
Ma la questione non è mettere poesia e parole sdolcinate in politica per mascherare i giochi di interesse e le contrapposizioni sterili. La questione è che la politica, come ogni cosa importante (il lavoro, i beni, la famiglia, i figli...) deve trovare in se stessa la sua poesia, cioè la bellezza della sua disciplina, del suo metodo corretto ed efficace.
C'è qualcuno che sembra davvero preoccuparsene? Sembra di no. Ed ecco perché ci viene una gran voglia di lasciar soli i politici per inviare loro un messaggio di protesta. Peccato che, da soli, abbiano comunque il potere di costringerci con la forza della legge e dell'autorità.
Per cui dico: va bene, magari questa volta non votiamo o votiamo scheda bianca. Ma poi, per piacere, tra quanti siamo che abbiamo così protestato, troviamoci, vi prego, a leggere insieme qualche bella poesia.
Insegnano ad ascoltare un uomo che parla: male non ci farà.
Venerdì 19 marzo ho letto e spiegato sei poesie (di Montale, Caproni, Luzi e Rebora) a un pubblico di circa trecento persone a Aicurzio, in Brianza. Un'ora e mezza di buon ascolto.
Non abbiamo passato una brutta serata.
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domenica 14 marzo 2010
Lo Zimbabwe e il dovere della scheda bianca
Secondo le cronache, è andata così. Innocenzi, commissario dell’Agcom, l’agenzia che garantisce la libertà e l’equilibrio dell’informazione sui media, telefona a Mauro Masi, direttore generale della Rai. E gli riferisce delle pressioni subite da Berlusconi a proposito di Annozero: il premier vuole che Innocenzi si dia da fare per eliminare dal palinsesto televisivo la trasmissione di Santoro. Masi ascolta e commenta: «Neanche in Zimbabwe». È vero. Ciò che dicono questi personaggi, nominati ai loro uffici dalla destra e fedeli alla destra, è vero: neanche in Zimbabwe, ormai, l’opinione pubblica trova ammissibile un intervento tanto smaccato a sfacciato del potere esecutivo sull’indipendenza dei mezzi di informazione. È questo è solo l’ultimo degli episodi che rendono chiaro in quanta scarsa considerazione Berlusconi tenga le regole democratiche che ha giurato solennemente di servire.
Anche di questo ci hanno informato le cronache. Il giorno successivo all’«eliminazione» della lista PDL dalla provincia di Roma e di quella targata Formigoni dalla Lombardia, Bersani e il suo partito ammettono che al problema va cercata una soluzione politica: la maggiore forza del Paese non può restare fuori dalla competizione elettorale in due aree tanto importanti. Bersani e il suo partito però non tendono la mano e non propongono alcuna soluzione politica concreta. Lo rileva anche Napolitano, nella lettera con cui risponde alla domanda dei cittadini: perché ha firmato il decreto «salvaliste» emanato dal Consiglio dei Ministri? Perché non poteva fare diversamente, dice. Perché i partiti di maggioranza e opposizione non avevano alcuna intenzione di mettersi d’accordo. Nonostante le proclamate intenzioni. Dopodiché, Bersani e il suo partito si fanno tirare la volata da Di Pietro, che certo parla chiaro, ma parla male. Parla male a sinistra come parla male Bossi a destra. Con toni ed espressioni inaccettabili. Ma questo è solo l’ultimo episodio dei tanti che dimostrano l’insipienza del PD e la sua incapacità di ragionare come grande partito di aspirazioni governative.
Ho acquisito il diritto di voto quasi trent’anni fa e l’ho sempre esercitato. Tranne un paio di volte, occasioni in cui mi trovavo molto lontano dalla mia residenza e dal mio seggio. Ora però mi sono stufato. Votare per questi partiti non significa più compiere un atto ragionato e affidarsi a chi ci sembri dare le migliori garanzie di buon governo. Votare per questi partiti significa oggi compiere un atto di fede cieca. In persone e formazioni politiche che hanno già abbondantemente dimostrato di non possedere la levatura intellettuale e morale necessaria a guidare l’Italia. Per tali motivi, alla fine di marzo voterò scheda bianca. Non mi asterrò, perché non voglio lanciare un messaggio di disinteresse per la politica e le sorti del Paese. Voterò scheda bianca, lanciando ai partiti nell’urna un avvertimento preciso: io vi seguo, vi guardo, vi controllo e sono pronto a tornare a votarvi, ma solo se metterete argine al degrado e alla corruzione correnti dell’ethos pubblico. Senza questa necessaria rinascita, perderete il mio appoggio. E cercherò altre strade per recuperare il senso di appartenenza alla società politica che ora ho completamente smarrito. Strade su cui non avrà alcuna importanza l’incontro con PD, PDL, UDC, IdV o Lega.
Anche di questo ci hanno informato le cronache. Il giorno successivo all’«eliminazione» della lista PDL dalla provincia di Roma e di quella targata Formigoni dalla Lombardia, Bersani e il suo partito ammettono che al problema va cercata una soluzione politica: la maggiore forza del Paese non può restare fuori dalla competizione elettorale in due aree tanto importanti. Bersani e il suo partito però non tendono la mano e non propongono alcuna soluzione politica concreta. Lo rileva anche Napolitano, nella lettera con cui risponde alla domanda dei cittadini: perché ha firmato il decreto «salvaliste» emanato dal Consiglio dei Ministri? Perché non poteva fare diversamente, dice. Perché i partiti di maggioranza e opposizione non avevano alcuna intenzione di mettersi d’accordo. Nonostante le proclamate intenzioni. Dopodiché, Bersani e il suo partito si fanno tirare la volata da Di Pietro, che certo parla chiaro, ma parla male. Parla male a sinistra come parla male Bossi a destra. Con toni ed espressioni inaccettabili. Ma questo è solo l’ultimo episodio dei tanti che dimostrano l’insipienza del PD e la sua incapacità di ragionare come grande partito di aspirazioni governative.
Ho acquisito il diritto di voto quasi trent’anni fa e l’ho sempre esercitato. Tranne un paio di volte, occasioni in cui mi trovavo molto lontano dalla mia residenza e dal mio seggio. Ora però mi sono stufato. Votare per questi partiti non significa più compiere un atto ragionato e affidarsi a chi ci sembri dare le migliori garanzie di buon governo. Votare per questi partiti significa oggi compiere un atto di fede cieca. In persone e formazioni politiche che hanno già abbondantemente dimostrato di non possedere la levatura intellettuale e morale necessaria a guidare l’Italia. Per tali motivi, alla fine di marzo voterò scheda bianca. Non mi asterrò, perché non voglio lanciare un messaggio di disinteresse per la politica e le sorti del Paese. Voterò scheda bianca, lanciando ai partiti nell’urna un avvertimento preciso: io vi seguo, vi guardo, vi controllo e sono pronto a tornare a votarvi, ma solo se metterete argine al degrado e alla corruzione correnti dell’ethos pubblico. Senza questa necessaria rinascita, perderete il mio appoggio. E cercherò altre strade per recuperare il senso di appartenenza alla società politica che ora ho completamente smarrito. Strade su cui non avrà alcuna importanza l’incontro con PD, PDL, UDC, IdV o Lega.
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domenica 7 marzo 2010
Un messaggio dal nostro passato, tra lacrime e smarrimento
Circa un mese fa mia suocera mi ha comunicato una notizia che ha toccato il cuore dei saronnesi doc. Il Comune aveva deciso di organizzare una solenne cerimonia per la consegna alla famiglia della targhetta di riconoscimento del caporale Luigi Maruti, un giovane appartenente a una delle più antiche famiglie della città partito nell'autunno del 1942 per combattere in Russia. Egli risultava ufficialmente disperso dal gennaio 1943, durante la rovinosa ritirata del nostro esercito nel gelo e sotto il fuoco dei sovietici. Grazie al ritrovamento della targhetta di riconoscimento del nostro concittadino, oggi sappiamo che egli fu fatto prigioniero, fu internato in un campo di prigionia, morì prima della fine della guerra e fu seppellito in una fossa comune.
Ho voluto partecipare alla cerimonia perché le vicende delle due Guerre mondiali del Novecento mi hanno sempre turbato e commosso profondamente. Sono nato nel 1964 e ho vissuto tutti gli anni della mia vita nella società del benessere, in pace e in uno Stato associato a solide alleanze internazionali. Quei conflitti, che hanno fatto soffrire i miei nonni, potrebbero essere per me solo un ricordo dei banchi di scuola. E invece no. Tutte le volte che ho letto dei libri, visto documentari, visitato cimiteri militari ho sentito che quelle migliaia di giovani mi rivolgevano un appello e tentavano di coinvolgermi nel loro travaglio. Non temo di sembrare esagerato: io sento che un grido, uscito dalle loro bocche, ci raggiunge ancora, echeggia ancora intorno a noi, oppure attende, dentro di noi, di risvegliarsi non appena si avvicina il pericolo che qualcosa di simile a quelle guerre insensate ci possa di nuovo travolgere. Io credo, per esempio, che quei conflitti siano in parte all'origine del senso di sospetto degli italiani nei confronti delle istituzioni. Credo anche che abbiano instillato nelle coscienze dei padri della mia generazione un bisogno di rivalsa, più che di pace: il senso di una specie di diritto ad essere risarciti dalla storia.
Comunque sono andato alla cerimonia, armato di un pacchetto nuovo di fazzoletti di carta perché ogni sofferenza umana mi commuove e il pianto che non si nasconde, il pianto che è tentativo di smuovere dal profondo la morsa dell'angoscia è il più antico modo di manifestare la propria protesta contro l'assurdo.
La cerimonia si è tenuta la mattina del 5 marzo, nella sala del consiglio comunale di Saronno. Presenti le autorità civili, militari, religiose. Presenti - con bandiere, gonfaloni, berretti, divise, medaglie e gagliardetti - i rappresentanti delle Associazioni combattenti e reduci di tutte le armi e i rappresentanti della Associazione Nazionale Partigiani. Presenti alcune classi di studenti dei licei della città. Presenti numerosi semplici cittadini come me.
Tutto è cominciato con il canto dell'Inno nazionale. Sono stati letti ampi brani della corrispondenza con i familiari del caporale Maruti, testimonianze, ricostruzioni delle vicende in cui fu coinvolto il suo reparto di appartenenza. Poi la tromba ha suonato il silenzio e la targhetta che prova dopo tutti questi anni il decesso del loro congiunto è stata consegnata alla sorella del defunto e ai nipoti. Infine è stato proiettato un lungo filmato con testimonianze originali sulla guerra di Russia.
Tutto ben fatto, con serietà e rispetto.
Ma le parole "patria" - addirittura ho sentito "difesa della patria", la guerra in Russia! - , "onore", "alpini invitti", "spirito di sacrificio" sono risuonate insieme a "pace" e "rifiuto della guerra" e gli adolescenti presenti, per quanto tutti attenti e rispettosi (e non è poca cosa), non sembravano capire.
Comunque, il grido contro l'assurdo, che si levò anche in quel gelido inverno russo del '42-'43, ci ha raggiunto tutti di nuovo, senza che nessuno tra i presenti avesse un'idea chiara su come farlo per sempre tacere in un vero riposo eterno.
Il caporale Maruti era un giovane intelligente, scriveva bene in quell'italiano un po' solenne e ottocentesco che aveva imparato a scuola. Ben quattro ufficiali lo volevano con sé, poco prima che scoppiasse la tragedia della ritirata, per la sua serietà, precisione, dedizione al bene del reparto (fu, tra l'altro, responsabile del magazzino dei medicinali di tutto il reggimento).
Il caporale Maruti visse nell'epoca in cui lo Stato poteva imporre ai cittadini la divisa e l'obbedienza in nome degli interessi di chi dello Stato si era impadronito con la forza e l'inganno.
Oggi questo non è e non sarà più possibile solo se troveremo la risposta al suo grido. Non credo che sia ancora successo, con buona pace delle lacrime (queste di commozione e orgoglio insieme) dei reduci e nostalgici.
Non siamo più soldati come Maruti. Non sappiamo ancora, tuttavia, cosa siamo diventati. La strada della costruzione di una nuova coscienza umana e civile è ancora aperta davanti a noi, come la lunga pista dei ritirati di Russia.
Auguri, camerati.
domenica 28 febbraio 2010
la pietra filosofale dello scrittore
Primo aneddoto, raccontatomi da Luca. La sua vicina di casa, educatrice alle materne, si presenta alla porta con in mano una copia del Bambino stregone e, sulle labbra, un sorriso trionfante. Al mattino, a scuola, una collega le ha voluto consigliare un libro che - dice - l’ha commossa profondamente. Il libro è il nostro e lei non sapeva, naturalmente, che stava parlando con la vicina di casa dell’autore. Che proprio per questo si è presentata alla porta di Luca: voleva raccoglierne la dedica per la collega.
Secondo aneddoto, raccontato a me e Luca dal nostro editor in Piemme. La scena si svolge sul Frecciarossa Milano-Roma. Davanti all’editor è seduta una ragazza, che tiene in mano e legge assorta il Bambino stregone. Dopo un po’, si rivolge alla vicina e compagna di viaggio, dicendole: «Questo te lo devo passare. È troppo emozionante!». Il nostro editor si compiace e ci fa i complimenti.
Molti, soprattutto donne, ci hanno testimoniato una reazione simile. Hanno letto il Bambino stregone e si sono commossi. Non credo che per un romanziere possa esserci riscontro migliore. Raccontare una storia senza particolari artifici retorici e spingere chi legge alle lacrime significa aver trovato la chiave per entrare nel cuore delle persone. Significa saper tramutare la pagina in emozioni vive. È la pietra filosofale dello scrittore. È un tesoro di inestimabile valore. È il compimento del suo lavoro. È un punto d’arrivo. Da cui ripartire per sondare ancora meglio, se possibile, le profondità dell’animo umano.
Secondo aneddoto, raccontato a me e Luca dal nostro editor in Piemme. La scena si svolge sul Frecciarossa Milano-Roma. Davanti all’editor è seduta una ragazza, che tiene in mano e legge assorta il Bambino stregone. Dopo un po’, si rivolge alla vicina e compagna di viaggio, dicendole: «Questo te lo devo passare. È troppo emozionante!». Il nostro editor si compiace e ci fa i complimenti.
Molti, soprattutto donne, ci hanno testimoniato una reazione simile. Hanno letto il Bambino stregone e si sono commossi. Non credo che per un romanziere possa esserci riscontro migliore. Raccontare una storia senza particolari artifici retorici e spingere chi legge alle lacrime significa aver trovato la chiave per entrare nel cuore delle persone. Significa saper tramutare la pagina in emozioni vive. È la pietra filosofale dello scrittore. È un tesoro di inestimabile valore. È il compimento del suo lavoro. È un punto d’arrivo. Da cui ripartire per sondare ancora meglio, se possibile, le profondità dell’animo umano.
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